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15|06|26 / antilele

Salvini for dummies

Scrivo a voi, elettori di Salvini.

L’avete sentito il vostro eroe? “Tortura? Manco per idea, la polizia deve fare il suo lavoro, e se qualcuno si fa male cazzi suoi”.

Niente, volevo semplicemente farvi capire una cosa: ciò che distingue uno Stato di Diritto da una “Macelleria Messicana” è la capacità di quello Stato di far rispettare la legge ricorrendo il meno possibile all’uso della violenza e solo per cause di forza maggiore. Concepire una legge sul reato di tortura e renderla esecutiva senza creare problemi di ordine pubblico rientra in questa capacità.

È facile? Assolutamente no. E infatti per governare in uno Stato di Diritto devi essere bravo davvero: sono richieste intelligenza, lungimiranza, visione d’insieme, diplomazia. Insomma devi essere tra i migliori che una classe dirigente possa esprimere.

L’avete capito quindi? Se date retta ad un aspirante governante che propone l’uso della forza senza vincoli dentro uno Stato di Diritto non state dando retta ad uno dei migliori, ma a uno dei peggiori mediocri. Uno che non sa neanche da che parte si comincia a governare un paese, e quindi propone le soluzioni semplici, a prova di stupido.

Bene, io ve l’ho detto, ora fate come volete. Potete pure continuare a votare i peggiori mediocri e postare i meme del duce sulla vostra paginetta facebook, ma il giorno che vostro figlio si prenderà una manganellata sui denti mentre rollerà una canna un semplice drum non fate i finti tonti.

13|11|24 / antilele

Sul votare Lara Comi

Non che mi dispiaccia questa ondata di indignazione sarda contro contro l’eurodeputata PDL Lara Comi, anzi.
Però cari amici sardi, questa qui fa parte del partito del vostro attuale governatore, quello che eleggeste nel 2009 dietro la promessa di farvi tornare a sorridere. Nello stesso 2009, qualche mese dopo, Lara Comi venne eletta alle elezioni europee, vincendole, prendendo con il suo partito il 35,3% su scala nazionale e il 36,6% nella vostra regione. Va beh, mi direte, si tratta di quattro anni fa, ora abbiamo aperto gli occhi, ora abbiamo capito chi sono questi qui del PDL, un errore ci può stare no?

No, non ci può stare.

Perché nel 2009 questa signorina, nata nel profondo nord, già si presentava in TV con quel tono da maestrina iper pragmatica, col trucco e il parrucco impeccabile a nobilitare quel “l’è meji la pratica de la gramatica” dei suoi avi. E il suo partito era alleato della Lega, sia nel governo nazionale dell’epoca che a quelle stesse elezioni europee. E votare una tizia del genere significava già allora votare quelli che fanno le battute sui sardi e le pecore, che mentre aspettano il bagaglio a Olbia con voi non perdono occasione per gridare di sentirsi nel terzo mondo. Qualcosa di molto simile al “qui manca l’ABC” con cui la protagonista di questa storia ha esplicitato uno di quei concetti chiave con cui PDL e Lega in questi anni hanno spesso dominato le elezioni. 

Per cui indignatevi pure, adesso, male non farà. Ma risparmiateci la retorica del vostro sentirvi sardi: perché se all’epoca avete votato per questa gente avevate già deciso di dimenticare chi foste.  

13|08|05 / antilele

Marcio su Roma

Sarò ripetitivo e magari arrivo dopo un migliaio di commentatori migliori di me che hanno già detto la stessa cosa. Ma tant’è, ho questo groppo in gola che devo sputare fuori pena difficoltà a deglutire.

Quello che mi spaventa di più dopo che, finalmente, possiamo chiamare Berlusconi “pregiudicato” senza pericolo di subire una denuncia per diffamazione, non è il fatto in sé, con il contorno di Sandri Bondi e Daniele Santanché e Capezzoni vari: non lo scopriamo certo ora che quell’orda di mediocri slinguazzanti senza Berlusconi sarebbe polticamente e umanamente morta, e quindi lo difenderebbe anche in caso venisse condannato per omicidio con stupro. Quello che mi spaventa è il marcio che vent’anni di Berlusconismo hanno lasciato all’Italia e agli Italiani, a spregio di ogni elementare forma di vivere civile, stato di diritto, democrazia, etica e logica. Svariate metastasi nel tessuto sociale che faticheremo a guarire e che con tutta probabilità faranno paradossalmente da linfa vitale ai suoi eredi politici ed economici (che nel caso di Marina potrebbero, ahinoi, coincidere).

In questi giorni febbrili, in cui gli esponenti del partito dell’amore paventano dolcissime guerre civili (quando di mezzo ci sono poeti mancati) oppure rivolgono teneri ricatti al presidente della Repubblica (quando di mezzo ci sono ex autisti di boss mafiosi), quello che mi fa male veramente è vedere come tanti miei coetanei, con una formazione del senso critico che credevo fosse comune alla mia, al di là delle idee politiche, violentino la logica o si appellino a improbabili questioni esclusivamente di pancia nel difendere l’indifendibile.

Così capita che, in una discussione su facebook, il sottoscritto venga tacciato di “fazionismo (sic) da bar” da uno che ha appena scritto “Berlusconi è indagato ovunque perché logicamente sta sul cazzo al 50% degli italiani”, ovvero da uno che spaccia le proprie opinioni sul grado di simpatia che riscuote Berlusconi nel Paese, queste sì faziose (o fazioniste?), per un fatto logico. Oppure di trovare sulla mia bacheca status di contatti che a proposito di chi si è compiaciuto per la condanna di Berlusconi scrivono “siete contenti solo perché siete invidiosi di uno che è più carismatico di voi e che per questo ha subito una condanna ingiusta”, chiarendo che per i berluscones la ragione fondante di una critica basata su una condanna passata per tre gradi di giudizio può essere solo l’invidia, peccatuccio capitale che molto probabilmente ha modellato le loro vite, tra occhiatacce al possessore del plasma più grande del proprio e l’ostentazione del bauletto Louis Vuitton. Dando per verità assodata poi, che esista davvero qualcuno invidioso del “carisma” di un quasi ottantenne ceronato e coi capelli di plastica abituato a raccontare barzellette,  il più delle volte sconce, per lasciare un segno nei propri discorsi ogni qualvolta il campionario ballistico (“sconfiggerò il cancro“) langue.

Spiacente per voi, ma i modelli carismatici so scegliermeli un tantino meglio, e spero che i vostri figli, miracolosamente, facciano altrettanto: per voi ho perso definitivamente le speranze.

13|02|23 / antilele

Perifrasi

Di fronte a chi vota Grillo (pardon, M5S) dopo averne condiviso il programma, difendendolo attraverso discussioni con chi quel programma l’ha criticato nei contenuti e negli autori, mi levo il cappello. Questa penso sia la vera forza della formazione nata dalla rete, le persone per cui “democrazia dal basso” significa anche abbassarsi (nel senso dell’umiltà) a discutere con quelli che la pensano diversamente.

Ma se la sola motivazione è “voto Grillo perché è impossibile che il suo movimento faccia peggio di chi ci ha governato sinora, delinquenti di destra / conniventi di sinistra / tecnici di destra” allora non ci siamo. Al di là del dare carta bianca, accodandosi al cosiddetto “voto di rottura”, a dei giovani di belle speranze e strillate competenze, cosa di per sé apprezzabile ma rischiosa, l’inghippo sta nel confronto col marcio che si vorrebbe eliminare. Perché l’espressione “non possono fare peggio” non equivale a un “faranno bene”, ma somiglia pericolosamente al “faranno meno peggio”. E allora il grandioso esercizio di democrazia che si vorrebbe fare finirebbe malamente nel mediocre esercizio di democrazia di cui gli italiani sono maestri indiscussi: il voto del meno peggio, appunto. Un’abitudine al voto che ci ha regalato la classe politica attuale, quella che si vorrebbe spazzare via.

Ma tranquilli, alle 21 e qualcosa del 23 febbraio 2013 siete ancora in tempo per andare in un bar e scornarvi difendendo il programma di Grillo, pardon, del M5S (e ottenere la mia stima).

13|02|01 / antilele

C’ho un rigurgito

Siete in tanti, oggi, a dire “finché non smantelleremo il sistema politico attuale completamente, non ci sarà futuro per questo paese”. Bene, bravi, bis. Sottoscrivo ogni parola, se volete. Anche se nasconde un’utopia difficile da realizzare con una sola tornata elettorale che arriva dopo il punto più basso toccato dalla nostra Repubblica. Ma va beh, vi voglio dare fiducia e credito.

Poi succede che un candidato premier, espressione di quella classe politica che si vuole eliminare dalla scena, se ne esca con un refrain duro a morire, ovvero quello del “Mussolini ha anche fatto cose buone”, versione generalista del “Quando c’era lui i treni arrivavano in orario” e “Lui ha inventato l’INPS e la tredicesima”. E allora qualche rompicoglioni tipo il sottoscritto si prende la briga di ricordare che quelle stesse conquiste del ventennio in campo economico e sociale, in altri Paesi, sono arrivate, magari qualche tempo prima, senza azzerare la democrazia, senza che che le Istituzioni si trasformassero in covi di “yes-man” dediti alla somministrazione dell’olio di ricino e all’uso dei bastoni, senza creare un ministero con funzione di ghost writer per i maggiori quotidiani del Paese, senza Cristi fermatisi ad Eboli.

Alla fine, chiusura del cerchio, tornano quelli di prima, dello smantellamento. Ti fanno notare che ricordare certe cose è tempo perso e che non possiamo permetterci di spostare l’attenzione del dibattito sull’eterno scontro tra fascisti e antifascisti, perché così si fa il gioco della casta, si perde tempo, si fa filosofia fine a sè stessa, la gggente c’ha da arrivare a fine mese.

E allora no, vi devo togliere la fiducia sulle vostre parole iniziali. Perché il sistema politico attuale non si potrà smantellare finché non sarà ben chiaro a tutti che la mancanza di diritti, libertà ed uguaglianza non può essere merce di scambio per veder costruito un ponte e avere le ferie pagate in busta paga. Perché tutte le forme di fascismo si nutrono dei contentini dati al popolo per perpetrare le proprie oligarchie nel sonno dell’opinione pubblica e per diffondere modelli di comando dove chi decide non lo fa in base alle proprie idee, ma in base a criteri di fedeltà al capo di turno. Dove l’accesso alla leve di comando è precluso al meritevole e capace, spalancato al ruffiano e venduto, con effetti devastanti sul medio-lungo termine. Trovate qualche analogia con il sistema di potere attuale dell’Italia? Io parecchie. Quindi, cosa si vuole smantellare davvero? Ma soprattutto come? Vogliamo distruggere le fondamenta o limitarci a dare una mano di bianco ai muri?

E chiudo dicendovi che la Costituzione, nata dall’antifascismo militante, è stata scritta in un modo preciso, e non a caso. Non c’è scritto infatti come fare i ponti, le strade o trovare le risorse per pagare le pensioni e le tredicesime. Ma c’è scritto qualcosa che ha a che fare con l’uguaglianza, le libertà di pensiero, parola e religione, il diritto ad avere un lavoro dignitoso. Fossi in voi, anziché blaterare di rivoluzioni, aprirei la Carta, perché forse qualche consiglio per uscire dalla merda odierna i Padri Costituenti l’avevano già inserito.

12|08|29 / antilele

Non vi mancavano per niente

E poi un giorno ti dicono, commentando la tua non partecipazione ad un week-end tra amici: “Non mi sei mancato per niente” e tu chiedi “Perchè?”, “Perché non avresti lasciato correre alcuni episodi per la tua smania di puntualizzare, anche se a ragione… io ho una soglia di tolleranza molto più alta della tua e lascio correre per il quieto vivere”.

Alzo le spalle, mi giro e me ne vado. Ma quelle parole pesano, e mi fanno riflettere. Sul piano personale sono acqua fresca (non è il primo attacco di questo genere che subisco), ma dal piano personale le sposto subito su quello generale.
E così, sul piano generale quella “soglia di tolleranza” e quel “lasciar correre” sono delle degne rappresentazioni di quel (dis)equilibrio sociale malato che vige in Italia.

Per il quieto vivere, l’italiano medio preferisce nascondere le magagne sotto il tappeto: non denuncia, si fa i cazzi suoi, non discute, chiude gli occhi di fronte alle ingustizie e, soprattutto, non sente la mancanza di qualcuno che con un po’ di senso critico lo potrebbe portare a riflettere. L’italiano medio è un campione del “chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni”. Ovviamente fino a che le cause di tanta indifferenza e insofferenza verso il saputello di turno non diventano questioni che lo tangono direttamente. Ecco allora che da sotto il tappeto il bubbone esplode. E se nel piccolo dei rapporti personali l’esplosione causa il deterioramento di rapporti fintamente idilliaci portati avanti per anni, sul piano generale l’ex tollerante si accorge tutto d’un fiato delle ruberie, delle angherie e delle prese per il culo, incazzandosi come una biscia.

Odio il dover dire “ve l’avevo detto”. Ma, se non fosse per come siamo conciati, in questo momento riderei grattandomi la panza. Riderei del vostro esservi rotti i coglioni, delle vostre slide artigianali su facebook contro la “Kasta”, delle vostre minacce di morte ai professori al governo, dei vostri forconi e del vostro inneggiare alla “gggente” che deve andarsi a conquistare il potere, possibilmente con la forza.

Credevate di campare sereni cent’anni, voi e il vostro quieto vivere. E’ già tanto se arriverete a cinquanta con un fegato che funzioni.

12|06|06 / antilele

Indignazione take-away

Io non dico che un po’ di indignazione, in un Paese marcio, arrivi a sproposito. Il problema è capirne l’origine, cioè se quella indignazione venga dalla pancia o dalla testa. Perché è da qui che si può capire se l’indignazione sarà utile alla causa o meno.
La parata militare del 2 giugno era già di per sè una cagata pazzesca prima che il terremoto emiliano facesse una ventina di morti e migliaia di sfollati in due settimane. E’ una cagata pazzesca a priori perchè è antitetico far sfilare militari e mezzi della Difesa manco fossimo in Sudamerica negli anni settanta per festeggiare una Repubblica che ha nella propria costituzione un articolo che obbliga le Istituzioni al ripudio della guerra. La parata “costava tanto” ed era “un insulto alle lacrime e al sangue che ci sta facendo versare il governo Monti” già qualche mese fa, eppure l’indignazione popolare per scattare ha avuto bisogno della calamità naturale e dei cadaveri ancora caldi. Meglio tardi che mai, dirà qualcuno: palle. “Tardi” in questo caso, significa che non si poteva fermare del tutto una macchina organizzativa che lavorava da mesi e non si poteva dare il benservito ad aziende che avevano già speso dei soldi per quell’evento e che, giustamente, avrebbero preteso dallo Stato il pagamento dei loro servizi o delle penali per mancati guadagni. In qualche modo quei non ben precisati milioni di euro dovevano essere comunque sborsati, con buona pace di quelli che credono che i soldi, in eventi del genere, li dia Monti personalmente in contanti al capo della baracca a parata finita e davanti ad uno spritz. E’ quello che succede quando si ragiona con la pancia: la testa è spenta, e si guarda giusto ad un centimetro dal proprio naso. Si fa l’associazione terremoto-morti-soldi-prendiamoli_dalla_parata e morta lì.
Stesso discorso per la visita del Papa a Milano: se c’era da incazzarsi come bisce bisognava già farlo mesi fa, quando la prefettura della città di uno stato che vorrebbe definirsi laico iniziava a pensare all’organizzazione di un evento religioso di dimensioni planetarie. Con magari l’accortezza di ricordarsi di incazzarsi come bisce anche quando quella stessa prefettura, ed altre decine in Italia, deve pensare mesi prima a come prevenire guerre civili in occasione di partite di calcio e concerti (sempre eventi religiosi a voler dare retta ai rutti di qualche invasato).
Per cui, cari indignati dell’ultima ora, badate bene a quello che dite perché è proprio in periodacci come questi che bisogna accendere il cervello con un po’ di anticipo, onde evitare che le flatulenze dell’ultima ora alimentino quella demagogia che fa tanto comodo a populisti e reazionari in cerca di facili consensi.