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09|01|26 / antilele

Con noi o con noi

In un post di qualche mese fa palesavo un certo ottimismo. Che ingenuità credere, o per lo meno sperare,  che vent’anni di rincoglionimento mediatico potessero essere spazzati via dalla crisi di identità di qualche insegnante col culo scoperto.

Passato il polverone ecco riaffiorare il marcio di questa zozza società.

Veniamo al punto. Che il nostro premier avesse un concetto di fedeltà un po’ bizzarro lo si era capito subito: se sei amico di Silvio non lo critichi mai, se azzardi la critica sei un comunista, quindi un nemico. Che l’essere fedeli tra uomini presupponga il totale asservimento fa a pugni col buon senso e pure con le canzoni di Dario Baldan Bembo.

Che questo modo di agire abbia costituito il sottobosco sul quale si è sviluppato l’attuale modello politico dominante italiano è indubbio, avendo garantito fama, popolarità e impunità al suo creatore e gettando scompiglio anche dove il diritto di critica albergava un tempo. Una prova? L’opinione pubblica di oggi considera "capaci" di governare solamente coloro che dimostrano di avere la verità in tasca e pronta all’uso, senza inutili discussioni interne o palesi dissensi tra i decisori: il premier decide, i vassalli-ministri eseguono, il parlamento sta a guardare. Ovvero tutto ciò che Prodi non ha saputo fare (e meno male). Questo modo di porsi ha indubbi vantaggi politici ed è innegabile. Fa meno male di una marcia su Roma, sortisce gli stessi effetti, ma ha un’arma in più, riuscendo a penetrare silenzioso nel tessuto democratico del Paese: al contrario di Mussolini, che usò delle supposte, Berlusconi ci sta offrendo una Zigulì da vent’anni, tutti i giorni, prima durante e dopo i pasti.  

Ciò che mi sfugge al momento è come questo tipo di comportamento possa essere profittevole nei rapporti più semplici che stanno alla base di una società. Gli effetti della Zigulì stanno andando oltre il piano politico. Assisto inerme di fronte all’ìmbastardimento di amicizie durature, dove le discussioni su temi politici extrapersonali diventano motivo di acre inimicizia e messa in dubbio di affetti sinceri. Con che guadagno a livello personale? Nessuno.

Il problema è grave. Credo che gli anticorpi di una democrazia, anche quando questo bistrattato istituto è ridotto a larva (vedi ventennio), risiedano nella capacità della società civile di rimanere tale, ovvero nell’essere baluardo del diritto di critica, della discussione tra uomini, del confronto di idee. Quando questi principi cadono in nome di un non ben definito pragmatismo e di un realismo fomentato dalla paura è l’ìnizio della fine. Ci siamo.

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