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09|02|23 / antilele

Il leader che ho in mente

Interessanti le considerazioni de "il Giornale", a proposito delle candidature a leader del PD. "Provocatoriamente" l’house organ del nostro premier propone niente popò di meno che: Gianfranco Fini. Seguono le motivazioni, colte direttamente dalla penna del corsivista Stenio Solinas:

"[Fini] È un professionista della politica, ovvero un contenitore vuoto disponibile a riempirsi del liquido ritenuto in quel momento più potabile"

"Fini, per fare solo qualche esempio, si è dichiarato favorevole al diritto di voto per gli immigrati, difende la laicità dello Stato e l’autonomia dell’individuo, è per le coppie di fatto ed è un critico severo del cesarismo, sia vero sia presunto"

"A lungo Fini si è immaginato come suo delfino [di Berlusconi], ma la scienza medica è contro di lui. È dell’altro giorno la notizia di un vaccino che, stando a dei ricercatori statunitensi, porterebbe l’età media oltre il secolo di vita… Fra trent’anni, insomma, avremo ancora Silvio premier e Gianfranco in lista d’attesa…".

Brillante e ironico il pezzo, ma con qualche lacuna di coerenza laddove Solinas intravede i demeriti finiani (e automaticamente i meriti berlusconiani).

Andiamo con ordine, partendo dal presunto trasformismo finiano. Il concetto di voltagabbana è molto soggettivo: ma se si mettono dei paletti si può ambire ad una percentuale diversa da zero di obiettività. Se uno diventa prima vice presidente del Consiglio, poi Ministro degli esteri e infine presidente della Camera, giurando sulla Costituzione, non può che essere antifascista, come lo è la nostra Carta fondamentale. E’ una condizione necessaria, che Fini per altro rispetta molto più di altri: una volta rinnegato il fascismo ha proseguito su questa strada senza tornare indietro, curando di dichiarazione in dichiarazione i mal di pancia della cosiddetta "base" di AN. Si potrebbe dire lo stesso, che so, dei leghisti e dei loro "valori"? Secessionisti dichiarati un tempo, ma ora Ministri della Repubblica Italiana con tanto di giuramento buono per le giacche e cravatte del Quirinale, un po’ meno qualche mese dopo per le camicie verdi di Pontida, dove infatti del giuramento ci si dimentica e si invitano gli adepti e mettere il tricolore vicino o dentro la tazza. Senza dimenticare Berlusconi, che, come ovvio, Solinas considera il leader ideale di una destra di governo (contrapposto a un Fini troppo mancino): mai apertamente antifascista, mai presente in veste ufficiale ad una manifestazione del 25 aprile e, soprattutto, autore di esternazioni da vero camerata, tipo quelle sul confino che "in realtà era solo una vacanza di qualche giorno".

Ancor più interessante risulta il riferimento ad immigrati e laicità. Anche qui capire perché per Solinas Fini sia il leader ideale del PD ci aiuta a capire come deve essere il leader del PDL: un illiberale. Perché sta nell’ABC del pensiero liberal concedere il diritto di voto a chi paga le tasse, indipendetemente dal colore della pelle, oppure ritenere lo Stato una guida sufficiente alle scelte autonome di un individuo, senza le ingerenze del prete o dell’imam di turno. Ma evidentemente il Giornale ritiene queste doti adatte a guidare la sinistra, mentre l’autoritarismo destrorso richiede razzismo imperante e una genuflessione, almeno di facciata, di fronte ai porporati: non sia mai che qualche altro straccione ottenga il diritto di esprimersi attraverso il voto, magari meditando le proprie scelte politiche lontano dallo svolazzamento di una tonaca.

Infine il capolavoro, ovvero il riferimento all’imortalità del premier. Qui forse Solinas ha lasciato poco spazio all’argomentazione per dedicarsi alla comicità pura, e quindi non va preso molto sul serio. Ma suggerire a Fini di farsi da parte e trovare un altro lido politico perché l’attuale premier lo sarà a vita fa un po’ a cazzotti con i proclami tipo "noi siamo la nuova politica". Certo, per un Berlusconi che, in perfetta forma a centoventi anni, sarà in politica da sessanta, ci sarà sempre un Fini in politica almeno da novanta, prestando il fianco a chi vorrà dire che "Fini era già in politica quando Berlusconi era solo imprenditore". Risolvendo il tutto ad una comparazione in termini relativi che, scavando a fondo, è una definizione perfetta anche per il pezzo in questione. In un trionfo di stereotipi l’articolo di Solinas non dipinge i tratti di un ipotetico leader che incarna valori di sinistra, ma descrive le caratteristiche di un politico che, avendo espresso idee un po’ più a sinistra del Berlusconi-pensiero, allora è il capo ideale del PD. Non importa che quelle idee abbiano un senso tutt’altro che partigiano trovando un significato fortissimo niente meno che nella storia dell’uomo: la politica di oggi ha fame di concetti semplici, di etichette e di slogan facilmente teletrasportabili, di confronti uno-contro-uno in cui evidenziare senza dubbi di sorta i punti di forza e di debolezza dei contendenti secondo clichè prestabiliti.

Al di là delle provocazione sul personaggio Fini, forse proprio il presidente della camera potrebbe essere l’unico interprete credibile di un fantomatico dialogo destra-sinistra, perché capace di stabilire in alcuni casi il punto di sintesi e di partenza tra due opposte ideologie. Ma si sa, ai berluscones non importa nulla del dialogo: a meno che non sia quello monodirezionale a reti unificate del piccolo duce, con tanta nostalgia per quel balconcino di Piazza Venezia.

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