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09|09|11 / antilele

Siamo tutti Ricky l’operaio

Più di Lele Mora che fa suonare "Faccetta Nera" sul suo Nokia. Più di Fabrizio Corona che si massaggia il pisello di fronte allo specchio. Più del triste affresco vivente delle aspiranti veline di Rozzano (profondo hinterland milanese) che si dimenano di fronte all’obiettivo in un centro commerciale tra un "Intimissimi" e un "Paolino il mago del pollo allo spiedo". Più del regista del "Grande Fratello" che ci comunica candidamente di dover chiudere prima il programma (di Mediaset) prima della messa in onda dell’intervista del Presidente su Porta a Porta (della Rai).

La vera scena madre di "Videocracy" è quella dell’intervista all’operaio bresciano Ricky.

"Oggi quando qualcuno ti chiede cosa fai e tu gli rispondi ‘L’operaio, sto al tornio tutto il giorno’, la gente ti dice ‘Ah, va bene’. Ma se potessi dire ‘Vado in televisione’ allora sarebbe tutta un’altra storia’".

La misura di quanto siamo scesi in basso sta tutta qui. Nel doversi vergognare di fare un lavoro normale. Nella presunta mancanza di dignità dello "stare al tornio tutto il giorno". Nel dover nascondere la "poca spettacolarità" della propria professione.

Queste sono le masse che il PDL e la Lega sono riuscite ad accalappiare. Uno zoccolo duro con la pancia abbastanza piena per non dover più lottare per i propri diritti fondamentali, ma sempre abbastanza vuota per smettere di sognare di arrivare, un giorno, a scendere la scalinata di Maria de Filippi con una rosa in mano, vero viatico per Montecitorio. Gente vittima di un inganno fetente, che crede che puntare ad entrare a far parte di un’elite da piccolo schermo valga di più che costruirsi un futuro con le proprie mani per formare un’elite di sviluppo, conoscenza, informazione, creatività. Con correlato contorno di ignoranza e menefreghismo per l’attualità e la politica (intesa nel senso tradizionale del termine) che, in un circolo vizioso, avvolgono un Paese inesorabilmente avviato verso l’inviluppo.

Sarebbe troppo retorico ricordare le persone straordinariamente normali che hanno eretto e sorretto l’Italia sin dalla sua nascita. La speranza è che, un bel giorno, il rumore delle rivolte dentro le loro bare ci assordi e ci faccia tornare ad essere un Paese civile.

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