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12|05|17 / antilele

Non so a voi…

… ma a me piace ciò che sta facendo Pisapia a Milano, ovvero il Sindaco (di tutti). Nella gestione della vicenda Torre Galfa/Macao ho visto un Uomo delle Istituzioni, uno di quelli veri. Uno di quelli che smette l’eskimo del militante nel momento in cui viene eletto, per indossare la giacchetta del sindaco, senza però dimenticarsi di avere appena smesso l’eskimo. Questo ci vedo in quell’uomo che è andato in mezzo alla gente, pur dopo mille titubanze, prendendo in mano il microfono per spiegare le ragioni del Comune (non le proprie). Sia ben chiaro: i manifestanti accampati in via Galvani hanno avuto ed hanno tuttora un grande merito, che è quello di aver portato alla luce in maniera eclatante con un atto di disobbedienza civile un problema specifico che, generalizzato, è forse il problema più grave di Milano e della Lombardia intera. Ma chiedere che, in nome di un problema fondamentale, un Sindaco avalli l’occupazione abusiva di una proprietà privata è roba che succede dalle parti di Chavez, forse. 

La differenza coi predecessori di Pisapia è netta. Si può ipotizzare, nello specifico, che con la Giunta Moratti lo sgombero della torre sarebbe probabilmente avvenuto in un roteare di manganelli, dopo una riunione ad hoc prefetto-questore-(vice)sindaco. Nessun rappresentante della Giunta sarebbe andato a prendersi anche i fischi in mezzo ai manifestanti, men che meno la Moratti. Nessun rappresentante del Comune avrebbe compiuto delle scelte impopolari secondo l’orientamento del proprio elettorato, anzi.

Perché la questione di fondo è questa: se i protagonisti della cosiddetta Primavera di Milano sono i primi a non capire che il loro Sindaco, una volta eletto, non è più un militante in perenne campagna elettorale, allora bisogna constatare che le metastasi del berlusconismo sono entrate nel tessuto sociale di questo Paese anche laddove si credeva l’organismo fosse sano. Pisapia perde i voti dei centri sociali ? Può darsi, ma non è, non deve essere, il suo primo problema come sindaco di Milano. Per più di vent’anni abbiamo avuto pseudogovernanti che, appena eletti, hanno smesso il loro bomber da fascistelli o il loro maglioncino di cachemire alto borghese per indossare direttamente la divisa del Duce, infischiandosene delle Istituzioni a favore della propaganda e della ricerca continua di un consenso di pancia. E se questa è l’idea di democrazia che abbiamo in mente, allora tanto valeva tenersi quelli di prima.

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12|04|25 / antilele

25-4

Oggi è la festa di tutti, ma non perché fummo tutti uguali sessantasette anni fa.
E’ la festa di tutti, perchè se oggi tutti siamo liberi lo dobbiamo a chi sessantasette anni fa si schierò dalla parte giusta e, dopo aver provato sulla propria pelle vent’anni di fascismo, combattè per regalarci un futuro diverso, fatto di democrazia, diritti, uguaglianza, merito.

Chi si schierò con gli altri, in buona o malafede, spinto dal più alto degli ideali o dal più triste opportunismo, era semplicemente dalla parte sbagliata: perché dopo vent’anni di dittatura, diritti negati, disuguaglianza e ignoranza fatti Stato, decise di combattere per perpretare il baratro in cui il fascismo ci aveva fatti precipitare.

Più di dieci anni fa qualcuno lo scrisse meglio di me.

Appena finita la guerra Calvino ci indicò la strada.

12|02|24 / antilele

Schizo-Padània

Tutta la potenza di fuoco bacchettona e perbenista delle donne di Bagnolo Mella, profondo nord bresciano, è concentrata al momento su una disinibita concittadina, di professione barista, dedita al nudismo per motivi artistici, ma anche lavorativi. Liberissime di prendersela con chi vogliono, queste nordiche paladine del buon costume.

Si ricordino però, ogni tanto, che in pieno scandalo Papi-Girls, una buona parte di loro, diciamo poco meno del 50% di quelle che sono andate a votare il 15 maggio 2011, ha eletto un sindaco e una giunta di orientamento PDL-Lega.

Così, tanto per recuperare il senso della vergogna e vedere con quale delle loro due morali vogliono riconciliarsi: se quella del vivere comune o quella delle scelte politiche, che, in uno Stato che funziona, direi dovrebbero essere la stessa cosa.

12|02|15 / antilele

Chiamare le cose con il proprio nome

Non m’importa per quanto ha parlato Celentano a San Remo. Non m’importa neanche quanto ha preso (non perché non me ne freghi niente dei soldi della RAI, semplicemente perché in un’ottica costi-benefici credo che la presenza di Celentano sposti la bilancia verso i secondi). Mi importa poco anche di quello che ha detto: fortunatamente sono abbastanza grande da autoimpartirmi le lezioni di educazione civica filtrando quello che leggo in rete.

L’unica cosa di cui però mi importa è che se uno dice “giornali come Famiglia Cristiana e Avvenire andrebbero chiusi” bisognerebbe avere il coraggio di definirlo come si conviene. Ovvero: fascista.

Altrimenti bisognerebbe chiedere scusa per tutte le volte che si è fatto riferimento a questo appellativo per definire quell’individuo e la sua cricca che ogni due per tre se ne uscivano col “network dell’odio” e menate simili.

12|01|30 / antilele

Revision makers

Se un giorno qualche fan incallito del mostro di Firenze chiedesse a un qualsiasi consiglio comunale di poter mettere una targa commemorativa dei compagni di merende in qualche paesino della campagna fiorentina, nessun sindaco si sognerebbe di sottoporre le proposta alla propria maggioranza, ritenendo l’iniziativa accettabile, classificandola come una semplice commemorazione di persone morte invece che come un tentativo di riabilitazione di una o più figure storicamente impresentabili. 

Il sindaco di Mezzegra, centro lago di Como, profondo Nord, la pensa diversamente a proposito della proposta, fatta da un manipolo di gente che non si è rassegnata alla vergogna e all’oblio, di porre targhe a memoria del duce e della sua amante sul presunto luogo della loro uccisione. Con la presunzione di poter disporre della maggioranza del proprio consiglio comunale per discutere di proposte di revisionismo storico. Una cosa da reputare del tutto inaccettabile e non per una sorta di pregiudizio, come tanti si affrettano a bollare le critiche in proposito: l’inaccettabilità è proprio frutto di un giudizio, storico, inconfutabile, incontrovertibile. Un giudizio da cui è nata una delle più belle costituzioni antifasciste al mondo.

Quindi, si può discutere di piazzare una targa in memoria del duce? No [punto].

Sugli effetti di questo revisionismo edulcorato e di questa propensione a giudicare le cose con le scale di grigi ne han già parlato, molto meglio di me, qui.

 

12|01|19 / antilele

Meno male che Mario non c’era

L’attuale Presidente del Consiglio non si è precipitato sul luogo del naufragio della Costa Concordia. Non ha indossato un cappello da marinaio, nè si è messo due bombole di ossigeno in spalla. Non è volato con elicottero presidenziale all’Isola del Giglio. Non ha detto “con la mia esperienza sulle navi da crociera (come cantante, ndb) tutti sarebbero sopravvissuti”. Non si è fatto intevistare col relitto sullo sfondo e il cerone in viso atto ad attutire le rughe e l’effetto lucido dei fari di emergenza sparati in faccia. Non è andato verso qualche anziana signora a farsi idolatrare come unico salvatore della situazione e fornitore di dentiere. Non ha detto ai superstiti che metteva loro a diposizione la sua flotta personale di barche a vela e yacht per continuare la crociera. Non ha messo la Protezione Civile a gestire il grande evento. E non ha detto “anch’io, in questo momento, mi sento un crocierista naufrago”

Ovvero, non ha fatto lo showman pagliaccio in perenne campagna elettorale.

Ecco, Sallusti si è sentito spiazzato.

12|01|11 / antilele

Gente che ha rovinato un paese

Sul treno, seduto a fianco a me. Sulla sessantina. Non è un pendolare, c’ha la valigia. Arriva il controllore, non ha obliterato. Venti minuti di scazzo: controllore ligio al dovere enuncia la sanzione (48.05 euri), il passeggero prima pare pagare, poi rimette via la cinquanta euro e azzarda giustificazioni sparse: “non ho fatto in tempo a timbrare”, “il tassì era in ritardo”, “io il biglietto ce l’ho, lei non mi può multare”. Il controllore stila il verbale, Il passeggero non firma e passa alle minacce: “quando arrivo a Foggia faccio segnare tutto sul registro di esercizio”, “la multa gliela pago per vie legali”, “lei vorrebbe farmi pagare due volte il biglietto che ho già”.

Trattenendomi dal mandare affanculo il passeggerro che, con le sue farneticazioni, tra le altre cose, mi ha impedito di leggere una decina di pagine del libro che mi strappa dalla noia del pendolarismo, ho dovuto controllare un certo bruciore di stomaco. Bruciore derivato dal vedere un personaggio in torto marcio opporsi alle regole, ponendosi al di sopra o di fianco ad esse. Con giustificazioni illogiche e ignoranti, indegne di un Paese i cui avi hanno inventato il Diritto. Con una fare arrogante, con ridicole minacce di ricorso alla burocrazia, preziosa alleata quando si vuol far valere il diritto ai cazzi propri, demonio quando costringe a fare la fila alla posta. 

E se oggi siamo qui a tirare cinghie e a lacrimare sangue lo dobbiamo anche, e soprattutto, a gente come questo sessantenne insolvente col ricorso facile. Quella, per intenderci, per cui le regole valgono solo un po’, o solo per altra gente, o solo se non ledono il diritto all’italianità media.